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Decafonizzazione

Il cafone è  una specie in via di estensione. E, a differenza del maleducato, non è correggibile.

Il cafone e il maleducato sono due figure distinte, che spesso vengono confuse.

Il maleducato non conosce il galateo; ma può sempre decidere di impararlo, senza per questo sentirsi sminuito.

 Studiando la miriade di convenzioni del “bon ton”, potrà apprendere che, non si dice buon appetito nè piacere nelle presentazioni,che a un pranzo, non si poggiano i gomiti sulla tavola, non si mette il braccio di traverso,non si devono allargare le braccia, non si porta  il coltello alla bocca; non ci si infila il tovagliolo nel colletto, non si fa la scarpetta, non si danno morsi al pane;  non si mangia con la testa nel piatto, col pesce non si usa il coltello, non si parla con la bocca piena; e non si usano gli stuzzicadenti, nemmeno mettendosi la mano davanti alla bocca.

Queste norme, e mille altre, si possono imparare: basta cercarle sul web, o da qualche altra parte, e  poi, con un pò d'esercizio, provare a metterle in pratica.

Un  maleducato che si riconosca tale può insomma riuscire a correggersi, senza mettersi in discussione.

Invece il cafone non può correggere gli atteggiamenti che lo rendono degno di questo nome.  Lo psichiatra Claudio Ciaravolo in una divertente ed interessante relazione sulla psicopatologia del cafone,  ha spiegato che il cafone non può cambiare atteggiamento per motivi molto profondi. Non tanto perchè gli manchi  l’umiltà di riconoscere la necessità di un cambiamento. L’umiltà,  è un lusso che il cafone non si può assolutamente permettere. No,non è questo . Secondo il noto  studioso del comportamento, a rendere  impossibile la “decafonizzazione” è la  "fragilità" psicologica del cafone. Questa fragilità dipende da un’insicurezza che rifiuta di accettare, e che cerca di trasformare nel suo contrario: l’iper-sicurezza,  fino alla spavalderia. Il cafone cerca insomma di comportarsi come chi è sicuro di sé: ma non avendo dentro questa sicurezza, finisce per “mimare” maldestramente  quelli che gli sembrano i comportamenti “giusti”.

Per lo studioso napoletano che ha approfondito l'argomento,certo,non tutti gli insicuri sono cafoni, ma in ogni cafone si nasconde (malissimo) un insicuro.I comportamenti incongrui, “sopra le righe”, che il cafone assume per mostrare tutta la sua abilità e decisionalità (e che gli altri qualificano come comportamenti da cafone), li considera una soluzione: ma sono proprio questi comportamenti, che secondo lui gli fanno acquisire dei punti positivi, a condannarlo.

Da ciò deriva che il cafone, che non sa di esserlo, non si convincerebbe mai a fare cose diverse da quelle che fa: cose che ritiene vincenti, e valide.

Dirgli che si sbaglia: che la gente non lo stima, e anzi lo trova ridicolo: che  quel personaggio che tanto lo fa sganasciare, a cinema, nei film dei Vanzina,  è proprio lui, non avrebbe alcun effetto: il cafone non può rinunciare ai  suoi comportamenti, perché gli danno sicurezza.

Sempre secondo lo studioso del comportamento contemporaneo, Claudio Ciaravolo, per il cafone occorre mettere a punto una terapia complessa, che consiste nell’aiutarlo a riconoscere la propria insicurezza; a non spaventarsene, e  a lavorarci su. 

Le capacità intellettive del cafone possono anche essere elevate: ma non possiede alcuna intelligenza emotiva.

Il cafone è un “cretino sociale”. Lo è  perché è “costretto” da se stesso  a fare sempre di più. Vuole primeggiare: e questo lo obbliga a furbate di bassa lega, a dire sempre bugie, a millantare, a comportarsi da megalomane.   In uno, ad esagerare. In ogni occasione. E a farsi scoprire. Il cafone non fa. Strafà. Paradossalmente, è proprio la sua voglia di far meglio che lo condanna al peggio; il meglio è nemico del bene.

La cafoneria (o cafonaggine) non è dunque  sinonimo di ignoranza e di maleducazione. E’  un atteggiamento psicologico. Un modo di stare al mondo, e di dare fastidio al medesimo.