Il cafone e l'immagine di sč

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Il cafone e l’immagine di sé

Il cafone vuole essere apprezzato. Avendo coperto il suo profondo sentirsi “down” con un sforzo continuo (e reattivo) di  stare “up”, ritiene che la stima e l’ammirazione degli altri gli spettino di diritto, perché “lui sa campare”: mentre gli altri (i fessi) non lo sanno fare.

Accade però che gli altri (misteriosamente, secondo lui) non riconoscano le sue qualità. E questo,   quando – di rado -  se ne accorge, non lo sopporta.

Il cafone si sente “più” degli altri, e vuole che si veda. Vuole fare bella figura: vuole apparire. Essendo cafone, ma non fesso, ha capito che nella nostra società “esse est percipi” (magari lo ha capito in termini più semplici).  

Il problema è che, anche in questo caso, sbaglia la posologia: sfora, va fuori misura. Per mostrare che ha i soldi, e quindi che può prendersi molte vacanze, il cafone è abbronzatissimo tutto l’anno: specialmente d’inverno. Se potesse permettersi di guardare quei ricchi a cui pretende di assomigliare, vedrebbe quello che vedono tutti: i ricchi non amano abbronzarsi più di tanto. Perché sanno che il sole, preso a dosi massicce, fa male (e per distinguersi dai cafoni come lui, neri come il carbone anche in gennaio…)

Sempre per far vedere che è ricco, il cafone spreca: anche se non se lo può permettere.

Al ristorante, il cafone lascia la mancia più grossa: e fa in modo che gli altri lo vedano. Si compra un’auto vistosa, eccessiva.

L’abito non fa il monaco, ma il cafone sì. I suoi abiti sono sempre più che firmati: firmatissimi. La gaffe della griffe è sempre in agguato.

I suoi vestiti sono come lui: sopra le righe (spesso sono proprio a righe: certi gessati improbabili). Quando sta attento a non andare “oltre”, sceglie comunque degli abiti o troppo giovanili, o troppo colorati, o troppo nuovi, o troppo alla moda. In una parola: inadatti al contesto. La cosa non sorprende: il cafone, non essendo abituato a “leggere” le situazioni, e a regolarsi di conseguenza, non sa come ci si veste in questa o in quella circostanza.

Come il diavolo, spesso la cafonaggine (o cafoneria) si annida nei dettagli: nel calzino, nella pochette, nella cravatta spesso troppo “in tinta”, e in tanti altri piccoli particolari di cui il cafone non si rende conto, ma gli altri sì.

A volte, nel tentativo di essere sobrio, il cafone esagera in senso opposto:  sceglie abiti troppo banali, o magari troppo seri. Incapace di feedback, quando vuole seguire una regola che ha appreso (es. l’accoppiamento “giusto” dei colori nel vestiario),  lo fa in modo rigido, e quindi artificioso, “stonato”.  Il cafone adora i coordinati...
La misura, insomma, per il cafone è difficile: non essendo né abituato, né interessato a “leggere” i contesti, e le situazioni, non indovina mai la mossa giusta: non può che sbagliare. Il cafone non indosserebbe mai, in una circostanza importante, un vestito che non fosse nuovo di zecca, o non perfettamente stirato.
Affascinato dalle firme, il cafone subisce il fascino delle celebrità. Se gli capita di incontrare un VIP,  gli si fa incontro, e si fa fotografare (col suo cellulare) con lui. E’ un modo per mettersi dalla parte giusta: quella di chi conta, ed è apprezzato.
Ma non si pensi che  poi, agli amici, il cafone parlerà bene del personaggio che ha accettato, con santa pazienza, di farsi fotografare con lui: troverà il modo di parlarne male, dicendo magari “in televisione è molto meglio”, oppure “aveva delle scarpe terribili”.  Tutto questo per mettersi up anche rispetto a chi è up. A dimostrazione che la sua autostima è “up”pesa a un filo.
Le capacità intellettive del cafone possono anche essere elevate: ma non possiede alcuna intelligenza emotiva.
Il cafone è un “cretino sociale”: lo è  perché è “costretto” da se stesso  a fare sempre di più. Vuole primeggiare: e questo lo obbliga a furbate di bassa lega, a dire sempre bugie, a millantare, a comportarsi da megalomane.   In uno, ad esagerare. In ogni occasione. E a farsi scoprire. Il cafone non fa. Strafà. Paradossalmente, è proprio la sua voglia di far meglio che lo condanna al peggio; il meglio è nemico del bene.